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Ep. 16 – l’angolo del sommelier – il vino raccontato da Fulvia

Immaginate un’osteria emiliana con degli amici intorno ad un tavolo che giocano a carte , magari a briscola, risate, chiacchiere e un bel bicchiere di vino rosso, quello vero, genuino, spumeggiante, quel vino “maschio” compagno di tanti racconti di uomini che parlano di donne, di amori, di avventure e di conquiste.  Il “rosso”  semplice e sincero è il Lambrusco. E’ il vino emiliano che ci riporta ai salumi, ai tortelli, al cotechino.

Parlare del Lambrusco è molto difficile, serve molta cautela, è un argomento molto vasto, tanto che lo stesso vitigno Lambrusco è una grande famiglia di vitigni e non unico esemplare. I più famosi sono il Lambrusco Grasparossa, il Lambrusco di Sorbara, il Salamino, il Marani e il Maestri, ognuno ha trovato un habitat diverso, chi in collina, chi in pianura nelle provincie di Modena, Reggio Emilia e Parma.

Fino a qualche decennio fa il Lambrusco è stato il vino piu’ venduto all’estero, piaceva agli stranieri per la sua frizzantezza e le sue caratteristiche semplici, per gli americani quasi una coca-cola alcolica. Forse un po’ snobbato dai palati sapienti dei grandi estimatori di vino, oggi è un vino che sta cercando di rifarsi una “verginità”, grazie all’impegno di molte aziende vinicole del territorio che producono dei veri e proprio capolavori, come ad esempio spumanti metodo classico con il Lambrusco e rosati incredibili per finezza e sapidità. Devo confessare che io stessa, fino a qualche anno fa non avrei  mai pensato di offrire un bicchiere di Lambrusco ai miei ospiti, ma grazie all’incontro tra un Lambrusco d’eccezione proposto ad un Bibenda Day abbinato ad un piatto di pasta fagioli, ho cambiato idea ed ho iniziato ad interessarmi al mondo del Lambrusco.

La vite “labrusca” selvatica chiamata cosi’ dai Romani nelle sue diversità:

Il Lambrusco di Sorbara con il suo rosso tenue quasi cerasuolo, sentori di fragolina di bosco e di  geranio, apparentemente delicato ma con una vena acida importante tanto da essere impiegato per le spumantizzazioni con metodo classico.

Il Grasparossa di Castelvetro, rosso intenso quasi scuro, pieno, tannico, fruttato con sentori di prugna, ciliegie e cioccolato, in alcune cantine  usano appassire i grappoli di uva sui “graticci” come per l’Amarone.

Il Lambrusco Salamino si colloca nel mezzo: tannini precisi meno intensi del Grasparossa, una leggera acidità e profumi di ciliegie.

Il Lambrusco Maestri è il “duro” dei fratelli, molto tannico, molto acido estremamente intenso, ottimo che sgrassare il palato dopo un bel cotechino.

Ed infine il Marani il Lambrusco di Reggio Emilia e di Mantova il più vinoso, ma dotato di struttura. Tutti appartenenti  ad una allegra e meritevole “famiglia di emiliani”, generosi e accoglienti come la loro terra ricca di eccellenze, solo per citarne alcune il Parmigiano Reggiano, il Prosciutto di Parma, il Culatello di Zibello, i tortelli, le tagliatelle, il ragu’ alla Bolognese, il Cotechino, l’Aceto Balsamico di Modena e  tanto altro ancora.

Il Lambrusco vino “maschio” che ama le donne: le  sue uve sono ricchissime di polifenoli tra cui spicca il resveratrolo, usato spesso in cosmetologia come  potente antiossidante e nella farmacopea naturale come antinfiammatorio, oltre che come azione protettiva sui vasi sanguigni. Un motivo in piu’ per bere “alla nostra salute” un bel bicchiere di Lambrusco!

Per chi volesse  condividere con me “un menu’ emiliano”, vi aspetto il 24 febbraio “A Casa di Fulvia” per l’appuntamento di social eating,  con ricette tradizionali bolognesi, modenesi e parmensi e una degustazione di Lambruschi  nelle varie tipologie.

Un caro saluto a tutti.

Fulvia

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